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Amapola
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    Al Forum della Pa, chiuso a Roma da pochi giorni, la sostenibilità calata nelle scelte strategiche e quotidiane della Pubblica amministrazione, è stata la vera protagonista. In particolare un processo di digitalizzazione spinto e infiltrato in ogni aspetto della gestione della cosa pubblica potrebbe portare, secondo gli esperti del settore, ad un recupero di performance e ad una migliore gestione delle risorse. «Ci sono tre aspetti, in questo concetto di sostenibilità, che è necessario risolvere e rispetto ai quali il digitale può svolgere un ruolo chiave – afferma Andrea Rangone, CEO di Digital360 – a partire dal deficit e dal debito di lungo termine che gravano sui conti del Paese, passando dalla produttività e dalla propensione all’imprenditorialità degli italiani». Soltanto per portare qualche esempio, il processo di digitalizzazione potrebbe da una parte aumentare le entrate dello stato: i pagamenti digitali, tracciabili ed efficaci, vanno ad incidere su una fetta di nero che ancora sfugge ai controlli. Queste maggiori entrate fiscali sono state conteggiate in 15 miliardi di euro all’anno. Allo stesso modo l’e-procurement e la dematerializzazione documentale (con connesso risparmio di carta) potrebbero contribuire a risparmiare risorse e ridurre fortemente le spese di approvvigionamento. L’indagine di FPA “Pratiche di consumo sostenibile a lavoro”, mette in evidenza come l’Italia sia molto distante dai 17 sustainable development goal individuati dall’Onu. La situazione fotografata dal Ministero dell’Ambiente nella Strategia Nazionale per lo sviluppo sostenibile riporta una tendenza di peggioramento che riguarda tra gli altri: l’efficienza idrica e quella energetica, la salvaguardia del patrimonio naturale, lo spreco e l’insostenibilità dei consumi. Obiettivi sui quali l’Italia è non solo molto distante dagli risultati che si è impegnata a conseguire a livello internazionale, ma presenta fattori di peggioramento. La buona notizie è che le risorse per invertire questa tendenza ci sono: solo guardando agli 11 obiettivi tematici dei Fondi Strutturali e di Investimento Europei per il periodo di programmazione 2014-2020 contiamo una disponibilità di 73.624.430.700 euro da spendere in azione funzionali allo sviluppo sostenibile del Paese. Un numero di risorse significative di cui però, a metà periodo di programmazione, abbiamo speso solo 1,2%. Risulta quindi evidente che il mancato conseguimento di molti dei risultati attesi è da imputarsi anche ad una scarsa capacità di progettare politiche di sostenibilità, di mettere in pratica best practices per raggiungere i 17 sustainable development goals individuati dall’Onu. In questo contesto la PA con i suoi numeri, le sue funzioni e la sua capacità di spesa potrebbe giocare un ruolo di grande importanza. La ricerca afferma infatti che se tutti i dipendenti acquisissero comportamenti di consumo responsabile si otterrebbe una riduzione dal 5 al 15% della spesa della PA in bolletta. Se ciascuno degli oltre 3 milioni di dipendenti pubblici evitasse di consumare 500 fogli, si ridurrebbe il consumo di 8142 tonnellate di carta, evitando di abbattere 122 mila alberi, risparmiando oltre 3,5 miliardi di litri di acqua, abbassando il consumo energetico nazionale di 62 milioni di Kwh. Incentivando il carpooling con almeno un collega, diventerebbero 750 mila le auto circolanti ogni giorno (ora sono 1,3 milioni), eliminando 376 tonnellate di CO2 e risparmiando 230 milioni di euro solo per il carburante. Insomma, se la rivoluzione dei consumi e delle modalità di produzione sostenibili partisse dalla Pubblica Amministrazione, si avvierebbe una vera rivoluzione “green” in Italia, perché le PA potrebbero fare da apripista su mobilità soft, risparmio energetico, raccolta differenziata dei rifiuti, lotta agli sprechi, acquisto di alimenti biologici con un impatto formidabile sull’intero Paese. Con una spesa pubblica pari a quasi il 17% del PIL nazionale, infatti, la PA è il più rilevante dei consumatori e i suoi dipendenti possono aiutare il paese a operare un profondo salto culturale. E se la sostenibilità degli uffici pubblici è ancora insufficiente – nel giudizio degli stessi dipendenti – cresce la consapevolezza dell’importanza di pratiche di consumo sostenibile. Eppure rispetto al green procurement l’Italia vanta un primato addirittura europeo: siamo infatti il primo paese ad aver introdotto nel nostro codice degli appalti l’obbligatorietà dei CAM (criteri ambientali minimi) per modulare la richiesta delle stazioni appaltanti e selezionare sul mercato fornitori attenti alla sostenibilità economica ed ambientale.  

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    Fred Pearce Chiamiamole promesse quasi irrealiazzabili, questi arditi obiettivi di sostenibilità che magari ci lasciano dubbiosi. Apple riuscirà davvero ad tagliare la dipendenza dalle attività di estrazione per approvvigionarsi dei metalli utilizzati nei propri prodotti, un obiettivo annunciato  ad aprile? E il progetto Walmart  Project Gigaton che mira ad eliminare un miliardo di tonnellate di CO2 dalla propria supply chain entro il 2030, non è un sogno impossibile? E a chi la vuole contare Unilever – uno dei maggiori venditori di prodotti contenenti olio di palma – quando dice che entro il 2020 non sarà più un motore di deforestazione netta? É facile essere cinici. Apple ammette che non sa ancora come tagliare il cordone ombelicale dell’estrazione dei metalli. E con l’avvicinarsi del 2020, l’AD di Unilever Paul Polman fa continue precisazioni riguardo alla promessa sulla deforestazione . Quanto a Walmart, dato che la maggior parte delle emissioni nella supply chain provengono dagli agricoltori e produttori, l’obiettivo climatico dichiarato – che equivale ad eliminare le emissioni annue della Germania – significa soprattutto mettere pressione su questi operatori. Una visione del futuro Eppure tutti abbiamo bisogno di una stella che ci guidi. L’aspirazione è una buona cosa anche quando il percorso non è del tutto chiaro. La possibilità di raggiungere questi obiettivi sarà facilitata dal fatto che molte mega-tendenze globali muovono già nella stessa direzione. I tre quarti dell’alluminio del mondo è già riciclato, quindi la promessa fatta da Apple di arrivare al 100% nelle proprie attività non è così improbabile. E negli ultimi tre anni, l’economia globale è cresciuta del 9% senza un aumento delle emissioni di CO2. Nel 2015 gli investimenti mondiali nelle fonti rinnovabili erano il doppio  rispetto a quelli nella generazione di energia nuova da carbone e gas. Le grandi corporation sono vere forze motrici oppure stanno seguendo la moda? Alcune di loro hanno almeno una visione di un nuovo futuro di energia a basso contenuto di CO2, di agricoltura efficiente nell’utilizzo delle risorse e di processi di riciclaggio a circuito chiuso delle risorse. Ford si propone di tagliare il consumo di acqua nella produzione automobilistica del 72% entro il 2020, senza effetti negativi per la redditività grazie all’adozione di tecnologie risparmiatrici dell’acqua, ad esempio nella verniciatura. H&M dice  di aver tagliato le emissioni CO2 dei propri 4.300 negozi del 47% in soli 12 mesi. Apple sostiene  di ottenere il 96% del fabbisogno energetico da fonti rinnovabili. Se Walmart replicasse la realizzazione di Apple, l’obiettivo di una gigatonnellata sarebbe fattibile, poiché, dice Elizabeth Sturcken dell’Environmental Defense Fund negli Usa: «Nella supply chain del settore retail americano, l’energia elettrica è la principale attività che crea emissioni». H&M riuscirà ad essere “climate positive” entro il 2040 come promette? Sì. Grazie ai risparmi energetici, all’energia rinnovabile e a misure di compensazione (protezione delle foreste ad esempio) potrebbe addirittura arrivare ad essere un emittente negativo di emissioni. Troppa PR superficiale Se le imprese vorranno mantenere le promesse, due cose sono importanti. Innanzitutto devono credere davvero che sia necessario modificare il proprio business model per il successo nel futuro, dando la priorità al riciclaggio e alla riduzione del consumo di risorse, oltre che agli utili. Poi, gli attivisti dovranno mantenere la pressione sugli amministratori perché vadano avanti nelle strategie annunciate, in modo che i consumatori e gli azionisti possano fare scelte consapevoli. Fonte: https://www.theguardian.com/sustainable-biù usiness/2017/may/15/apple-walmart-environment-sustainability-targets

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    Il grafene, materiale costituito da uno strato monoatomico di atomi di carbonio (avente cioè uno spessore equivalente alle dimensioni di un solo atomo) e con la resistenza meccanica del diamante e la flessibilità della plastica, si può produrre con l’olio esausto. È quanto è stato scoperto da un pool di ricercatori australiani della Commonwealth Scientific And Industrial Research Organization. Il procedimento, chiamato GraphAir è piuttosto semplice: l’olio di soia viene riscaldato in un forno tubolare per una mezz’ora, cioè fino a quando non si decompone in piccoli blocchi di carbonio, e poi raffreddato velocemente su un foglio di nichel. In questo modo i blocchi di carbonio si ricompongono in rettangoli di grafene sottilissimi. Il processo abbatte di molto il costo di produzione del materiale ed è anche una soluzione sostenibile per riciclare oli esausti. Ed anche se al momento il processo porta alla produzione di una lamina di grafene della grandezza di una carta di credito, quindi non adatta ad usi commerciali ed industriali, gli sviluppi futuri sono assai incoraggianti. Il grafene mostra delle ottime caratteristiche come conduttore, ed è oggetto di intensi programmi di studio al fine di utilizzarlo per la realizzazione di sistemi a semiconduttori. Trova massiccio impiego nella progettazione e costruzione di transistor di ultima generazione e nella produzione di nanocompositi polimerici, ottenuti incorporando grafene (come nano-carica) nella matrice polimerica di base. Il silicene invece, allotropo bidimensionale del silicio con una struttura esagonale simile a quella del grafene, è più recente e la sua esistenza come materiale è stata definitivamente dimostrata da un team di fisici dell’Università Tor Vergata di Roma, che è riuscito a sintetizzarlo depositando in condizioni di ultra vuoto monostrati di silicio su superfici di grafite cristallina ed evitando ogni possibile lega con il substrato. Queste nuove prove sperimen tali sono un passo in avanti significativo per la ricerca e lo sviluppo di nuovi materiali microscopici in gradi di venir applicati nella costruzione di celle solari ad alta efficienza, transistor ultra veloci e rilevatori di gas inquinanti. Il silicene, ed il grafene, sono due ottimi candidati. La Directa Plus, leader di mercato italiana nella produzione di grafene, recentemente quotata anche alle borsa londinese, potrebbe persino pensarci. Fonte: Il progettista industriale, Aprile 2017, p.14 “Che ci faccio con l’olio fritto? Il grafene!”

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    Arriva dalla Svezia una nuova idea per il riciclo a e la lotta allo spreco: un intero centro commerciale dedicato ai beni riciclati , il ReTuna Recycling Gallery di Eskiltuna, una ventina di chilometri da Stoccolma. Inaugurato nell’agosto del 2015, ospita ben 14 negozi del riuso e un ristorante biologico rigorosamente a km zero. Al suo interno si possono trovare decine di generi diversi, dai vestiti, ai mobili, alle apparecchiature elettroniche, tutto quanto possa essere recuperato e riutilizzato. Ribaltando l’idea del centro commerciale come cattedrale dello spreco e del consumismo, questa idea che viene dal freddo dimostra che tutto può diventare sostenibile, se alla base vi è un’idea. Il ReTuna Recycling Gallery ha al suo interno un’area in cui i clienti possono lasciare ciò di cui desiderano disfarsi; il tutto poi viene controllato, ripulito e aggiustato dagli appositi addetti per far sì che possa essere rivenduto. Il centro punta a rendere attivi in primi persona i cittadini, favorendo un’educazione al recupero anche grazie ai numerosi corsi di “progettazione, riciclo e riuso” che si tengono annualmente, lezioni per imparare e migliorare le tecniche del fai-da-te. Dai Restart party londinesi torinesi, al mall svedese del riciclo scorre una medesima idea: allungare la vita degli oggetti, opponendosi ad un’obsoloscenza programmata che riempie il mondo di rifiuti. Anche l’Unione Europea ha adottato questo tipo di visione, approvando il pacchetto di leggi sull’economia circolare. In Italia un’esperienza simile la conduce Mercatino, con la sua rete ramificata e le recenti iniziative volte a contabilizzare il risparmio di inquinanti generato dall’acquisto di un bene usato.

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    Era il 1736 quando la Repubblica Serenissima di Venezia concesse l’autorizzazione a trasformare un mulino di Rossano Veneto in uno stabilimento per la produzione di carta. La famiglia Favini entrerà in campo nel 1906 acquistando lo stabilimento di Rossano Veneto. Ma sarà poi nel 1991 che, su richiesta del Magistrato delle Acque di Venezia, Favini darà inizio ad un percorso di sostenibilità che continua ancora oggi. Erano i giorni in cui le alghe e le mucillaggini infestavano la laguna e le coste dell’Adriatico da Venezia al Conero. Le presenza degli infestanti era causata principalmente dalla forte presenza di inquinanti derivanti dall’agricoltura nelle acque della laguna. Le autorità dragarono la laguna e si ritrovarono con decine di tonnellate di alghe da gestire e da stoccare in discarica. Fu quindi chiesto ad alcune aziende di vari settori di provare ad ipotizzare un utilizzo industriale delle alghe. Favini, brevettando un sistema di essiccazione e micronizzazione delle alghe, riuscì a produrre la prima Carta Alga, una carta con caratteristiche di lavorazione e stampabilità del tutto assimilabili alle normali carte di cellulosa da albero, ma che a differenza di queste ne contiene dal 5%  al 25% in meno. Calcolando che l’azienda negli ultimi vent’anni ha venduto circa 15mila tonnellate di carta è facile capire che gli alberi salvati sono stati migliaia. Cosa cambiò col tempo? «Negli anni crebbe senza dubbio la consapevolezza dei consumatori verso la sostenibilità. Dall’Alga Carta arrivammo quindi al Crush, una carta prodotta con scarti di produzione del comparto agro alimentare: dal pergamino del caffè, alla buccia di mandorla, alla sansa deoleata di oliva alla buccia di arancia. Anche in questi casi la carta presentava caratteristiche di stampabilità e funzionalità del tutto simili alla carta normale, ma come per Alga Carta il consumo di cellulosa di albero era ridotto significativamente. La richiesta di questo tipo di prodotto da parte della GDO aumentò molto, segno che anche i consumatori avevano acquisito maggiore consapevolezza e sensibilità sulla sostenibilità». Ed arriviamo infine alla nuova linea: Remake. «In questo caso lo stimolo ci arrivò dal mondo della moda. I grandi marchi, ci chiesero una carta, per i loro packaging, che fosse maggiormente in linea con la loro filiera. Per questo iniziammo a sperimentare la produzione di un tipo di carta sviluppata sugli scarti di filiera della moda. Remake nasce dalle fibre di collagene del cuoio. Un materiale straordinario. Noi operiamo una selezione all’origine, selezionando esclusivamente cuoio conciato in modo vegetale e di origine italiana. In questo modo escludiamo la presenza di cromo nella nostra carta, un contaminante pericoloso per la salute». Che usi si fanno di questa carta? «Come per le nostre precedenti linee la carta presenta caratteristiche simili a quella da cellulosa da albero. Il 25% di fibre di cuoio che aggiungiamo all’impasto dà una carta più leggera e voluminosa. Questo consente un risparmio notevole sulla grammatura e sul peso della carta stessa. In sostanza usiamo meno alberi, e riusiamo creativamente (up-cycling) sottoprodotti di altre filiere industriali».  

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    Il latte attraversa forse il suo periodo di maggior crisi di consumi. Crisi che ha coinvolto allevatori, trasformatori e rivenditori. E che parte da lontano, procedendo parallela con una maggior consapevolezza ed informazione da parte dei consumatori, con il mutare delle mode alimentari che hanno visto negli ultimi anni sostenere il consumo di bevande alternative di origine vegetale: gli ormai “ex” latte di sosia, riso, avena etc etc. Proprio per restituire fiducia ai consumatori sulla genuinità del prodotto latte e sostenere un comparto alimentare che ormai produce ben più di quanto riesca a vendere: oltre 25mila quintali al giorno, è nato l’anno scorso Piemunto, iniziativa di comunicazione dell’assessorato all’agricoltura della Regione Piemonte, che valorizza il latte di filiera. La sovrapproduzione ha generato uno squilibrio tra domanda e offerta: il prezzo del latte è in continua diminuzione, arrivando oggi a 29,38 centesimi al litro a fronte dei 36,09 centesimi dello scorso anno, quando già si stavano manifestando le prime difficoltà del comparto. Piemunto valorizza prodotti di filiera corta, latte, latticini e trasformati: i consumatori potranno, all’interno dei locali della GDO, effettuare una scelta consapevole acquistando prodotti esclusivamente piemontesi identificati con il marchio. Il progetto piemontese ha conquistato diverse insegne nel corso degli ultimi 12 mesi: dal Carrefour al Bennet, fino ad arrivare alla Coop, che nel mese di giugno ha presentato la sua adesione al protocollo con un confronto tra gli addetti ai lavori dedicato al tema presso il centro Fiorfood Coop in Galleria San Federico a Torino. Fra gli aderenti al progetto vi è anche Centrale del latte di Alessandria ed Asti. Come raccontano le etichette, il latte della Centrale del Latte di Alessandria e Asti è il prodotto della cooperazione tra diverse famiglie di allevatori esclusivamente piemontesi: una filiera corta, che è garanzia di qualità e genuinità. È sufficiente pensare che la Centrale è il primo esempio di filiera certificata da enti esterni per la produzione di latte alimentare. Nel 1999 l’azienda ha firmato un accordo con le aziende produttrici di latte e con le organizzazioni di categoria che le rappresentavano, proprio per garantire il rispetto delle norme previste per la produzione di “Latte Alta Qualità” e migliorare ulteriormente le pratiche di allevamento. Oggi questo disciplinare è ancora valido e il suo rispetto, assicurato da rigidi controlli, costituisce la garanzia di qualità e bontà del latte della Centrale di Alessandria e Asti che da oggi sarà possibile trovare anche con il marchio Piemunto.

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    Anche il mondo della birra si incammina sulla strada della sostenibilità. Ed alcune notizie, sorprendentemente positive, arrivano dal Belpaese, dimostrando ancora una volta che l’attenzione degli italiani verso il tema della sostenibilità e dell’ambiente cresce ogni giorno. Via con il primo sorso. Arriva da Sasso Pirano, frazione di Castelnuovo Val di Cecina, la prima birra al mondo prodotta da un birrificio alimentato in maniera totalmente geotermica. Gli impianti di riscaldamento dell’acqua e ammostamento sono infatti alimentati dal vapore geotermico della vicina centrale Enel Green. Tramite uno scambiatore di calore si ottiene tutta l’energia necessaria alle varie fasi del processo di produzione, comprese quelle di lavaggio e sanificazione dell’impianto. (fonte: La Nazione) Dai 28 ettari di orzo e luppolo biologici coltivati ad Ostiglia ed impiantati su iniziativa dell’ex top manager Enzo Agazzani, arriverà (sono in attesa delle ultime certificazioni ed autorizzazioni) la birra Agazzani. Afferma il manager: «Ho fatto analizzare tante birre che si trovano sul mercato, comprese quelle cosiddette “artigianali”. In tutte ci sono residui di erbicidi, pesticidi, sostanze nocive per la salute. Invece la birra è una sorta di “pane liquido” dalle proprietà straordinarie. Ma per preservarle la mia sarà tutta a chilometro zero».  La salubrità del prodotto è certificata dal CERB, Centro Eccellenza Ricerca Birra. (fonte: Gazzetta di Mantova). Nella golosa Bologna invece, al fresco dei portici che disegnano il centro storico, si potrà gustare la Cerqua, prodotta nel brewery pub omonimo. Una capacità produttiva di 1500 litri al mese, 4 differenti tipologie e, soprattutto, la prima birra d’asporto italiana. Servita solo alla spina, per abbattere spese e inquinamento relativo a packaging e trasporto, potrà venir imbottigliata nelle bottiglie che ci portiamo dietro. Prodotta in loco ed infustata in contenitori totalmente riciclabili, darà vita anche ad un’interessante esperimento di economia circolare: dal malto esausto risultante dalla lavorazione verrà prodotta una focaccia lievitata con pasta madre e servita ai clienti del pub. Persino gli arredi del pub rispettano la regola aurea delle 3 R: Reduce, Reuse, Recycle.(fonte: Corriere di Bologna).   La birra degli altri A Portland, USA, il Migration Brewing Company abbatte del 50% le sue emissioni di gas serra grazie a prodotti a km zero che riducono spese di trasporto e inquinanti. Hanno installato un sistema di riscaldamento acqua a basso consumo ed alta efficienza. Per comprendere esattamente quante emissioni di CO2 venivano generate dalla produzione delle rosse tradizionali, la consulente Molly Hatfield del Centro di Ricerche sulla Sostenibilità Hatfield ha realizzato quella che viene chiamata valutazione del ciclo di vita. Ha calcolato le emissioni di anidride carbonica generate nel corso della “vita” della birra: ha incluso la crescita (coltivazione) degli ingredienti, il trasporto alla birreria, la produzione della birra, il packaging e la distribuzione ai consumatori. Si è così scoperto che la produzione di un barilotto di Migration’s Blood, Sweat e Red crea circa 56 kg di biossido di carbonio, l’equivalente di un’automobile media che viaggi per oltre 200 chilometri. Una pinta equivale a guidare, nella produzione di CO2, per poco più di un chilometro e mezzo su un’utilitaria. L’80 per cento delle emissioni di anidride carbonica derivanti dalla birra proviene dal processo produttivo, in gran parte dall’uso di energia. Circa il 15 per cento, invece, deriva dalle operazioni che servono per far crescere le materie prime e trasportarle. Ben venga quindi il nuovo sistema di produzione della Migration che riduce le emissioni del 50%. (fonte: Ambiente Bio)   Heineken, uno dei giganti mondiali della bevanda luppolata, che solo in Italia produce oltre 5 milioni di ettolitri nei suoi 4 stabilimenti, dando lavoro ad oltre 2mila persone, ha presentato il suo bilancio di stabilità: consumo di acqua ridotto del 15%, energia da pannelli fotovoltaici (oltre 8136, per una superficie pari a 4 campi da calcio) su 2 dei 4 stabilimenti. Ha inoltre privilegiato l’utilizzo della rotaia per i trasporti: nel 2012 il 30% delle bionde ha viaggiato su ferro. (fonte: Lifegate)   Il ResponsiBEERty 2016 di Carlsberg 2016 si pone invece 4 traguardi per il 2030: abbattere a zero lo spreco di acqua, a zero le emissioni e lo spreco di energia, a zero gli incidenti sul lavoro ed il consumo non responsabile di alcolici. E già da quest’anno Carlsberg intende servirsi di fonti energetiche al 100% rinnovabili. Mentre Carlsberg Italia ha ridotto il consumo di acqua del 18% nel 2016. Inoltre, reintroducendo il pet, più leggero e sostenibile dell’acciaio, Carlsberg ha evitato l’immissione di 11 milioni di chilogrammi di Co2. (Fonte: Lifegate)      

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  • 07/17/17--01:33: #LoSapeviChe? Quarta puntata
  • #LoSapeviChe il Politecnico di Torino ha una squadra interna dedicata allo sviluppo di progetti e pratiche di sostenibilità ambientale? Ne abbiamo parlato con i membri del Green Team. Buona visione!

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    Nel 1985 il regista Ron Howard, il Richie Cunningham di Happy Days per intenderci, girava Cocoon. Un film di fantascienza in cui alcuni alieni del pianeta Antarea tornavano sulla Terra a recuperare i bozzoli in cui, migliaia di anni prima, avevano racchiuso i corpi di alcuni loro compagni, così fortunatamente sopravvissuti all’affondamento di Atlantide. Cocoon è anche lo strumento di riforestazione sviluppato dalla Land Life Company. Amsterdam e l’idea non è molto lontana dalla suggestione di Howard. Si tratta infatti di “bozzoli” in grado di mantenere in vita una piantina appena interrata nel più critico periodo della sua crescita: il primo anno di vita. Cocoon è un contenitore in polpa di cellulosa riciclata, impermeabilizzata con cera naturale, della forma di uno stampo da doughnut e dalla capacità idrica di 25 litri. Al centro, nel foro della ciambella, viene interrata la piantina. Tramite due corti tratti di spago immersi nella vasca piena d’acqua, l’acqua gocciola sulle radici della piantina, assicurandogli il fabbisogno idrico per un anno. Lo stampo/bozzolo viene poi chiuso con un coperchio che isola la riserva d’acqua permettendo alla piantina di svettare al centro. Attorno ad essa viene posizionata un’ulteriore protezione forata che assicura la ricezione della giusta quantità di luce, ma che protegge la pianta da un irradiamento troppo forte e dall’attacco di piccoli animali. La piantina, sul cui substrato terroso vengono sparse anche spore di un fungo simbiotico particolare del genere Mycorrizha, supportata ma non impigrita dalla riserva d’acqua costante, sviluppa un apparato radicale profondo e robusto. Il tutto con l’utilizzo di soli 25 litri d’acqua, dal momento che la piantina non necessita di altro per il primo e più critico anno di vita. In tutto il mondo ci sono circa 2 miliardi di ettari di terreni degradati, in gran parte per mancanza di alberi. Ed è proprio la riforestazione la soluzione più immediata per arginare questo fenomeno, che secondo le Nazioni Unite rappresenta una delle sfide più importanti da vincere. Nelle aree dove i Cocoons sono stati utilizzati finora, come Arabia Saudita, Kenya, Messico, California, i tassi di sopravvivenza sono tra l’80% e il 95%, meglio del 10% tipico degli alberi piantati manualmente. «Certo inizialmente i costi sono superiori a quelli di una piantumazione tradizionale – spiega Antonella Totaro di Land Life Company – dal momento che Cocoon costa circa 8 euro ed è un costo che va affrontato in anticipo, ma i risparmi nella fase successiva, sia economici che idrici, sono garantiti». È stato utilizzato anche in Italia? «Fra ottobre 2016 e marzo 2017 nell’ambito di un progetto di riforestazione più ampio che comprendeva anche Spagna e Grecia, è stato utilizzato in Calabria per piantumare 2400 alberi». In quanto tempo si biodegrada il ciambellone? «Dipende molto dall’umidità e dalla natura del terreno, ma generalmente in un anno, un anno e mezzo». E quanto dura la riserva d’acqua da 25 litri? «Stiamo studiando un prototipo più grande per garantire maggior durata, ma in generale dai 6 ai 12 mesi. Le condizioni ambientali esterne sono un fattore determinante». Ci sono specie arboree che si adattano meglio a questo tipo di coltivazione? Ce ne sono invece altre che hanno mostrato scarsa adattabilità? «Cocoon è pensato per impiantare specie arboree locali, per mantenere l’equilibrio dell’ambiente circostante. Inoltre sono da preferirsi specie che non necessitano di troppa acqua». Quali sono invece i terreni più adatti? «Terreni sabbiosi ed argillosi. I terreni troppo rocciosi non garantiscono invece la presenza del necessario strato di terra di cui la piantina ha bisogno». Guarda il video dimostrativo dell’installazione di Cocoon  nella stazione di ricerca ICBA di Dubai.

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    Qualcuno una volta chiese a George Mallory perché volesse scalare l’Everest. Lapidariamente rispose: “Perché è lì”. Quando ho chiesto a Mara Magni perché volesse percorrere in bicicletta 4200 chilometri per recarsi a Capo Nord, la risposta è stata più articolata, ma partiva da un assunto semplice e intriso di passione. «Perché amo andare in bicicletta e volevo che questo viaggio avesse anche un senso più profondo, un’utilità». Mara Magni è una dottoranda di 26 anni dell’università di Bologna. Si occupa di sostenibilità energetica ed ha scritto una tesi magistrale sulle passive houses. Dalla passione per la bici a quella per l’energia pulita il passo è stato breve: dopo quasi un anno di preparativi ha deciso di montare in sella e pedalare. «Da un anno mi alleno facendo trail (qui potete vedere qualche sua impresa) ma volevo che il mio viaggio potesse anche portare un messaggio. Da qualche tempo collaboro con il gruppo Terracini in Transizione, un living lab della sostenibilità della facoltà di Architettura ed Ingegneria dell’università di Bologna, mi è sembrato quindi naturale che il messaggio da portare fosse legato alla sostenibilità, alla tutela ambientale». Che percorso seguirai? «Le tappe saranno scandite da altrettanti atenei europei, cui farò visita per fare il punto sul raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità. L’università di Bologna ha prodotto un suo paper sulle azioni da compiere per raggiungere i 17 obiettivi di sostenibilità ambientali indicati dall’Onu. Voglio capire cosa succede altrove, portare a casa suggerimenti, esperienze, consigli. La prima tappa sarà proprio Innsbruck, dove ho studiato e preparato la mia tesi. Lì è in qualche modo nato il concetto di casa passiva. Voglio vedere che passi in avanti sono stati fatti». E quali saranno le altre tappe? «Dopo Innsbruck sarà la volta di Monaco, poi Copenhagen, Stoccolma ed infine Turku da dove ripartirò in aereo». Spero che le piste ciclabili europee siano più efficienti di quelle italiane. «Lo sono per fortuna. Alcuni amici olandesi in Italia hanno avuto non poche difficoltà. Non solo per l’assenza di piste, ma anche perché quelle tracciate spesso non sono in sicurezza, attraversano arterie di scorrimento. Per il tragitto invece ci sono alcune app e tool molto utili che ti aiutano a tracciare il percorso». Non sarai sola, però. «No, mi accompagna il mio amico e compagno di pedalate Pietro Albamonte, ingegnere alla Ducati. Bici, tenda e fornelletto. Non ci serve altro». Quanto contate di pedalare al giorno? «In generale abbiamo programmato tappe da 150/200 chilometri al giorno in modo da essere entro il 26 agosto al punto di rientro. Il problema vero però potrebbero essere le condizioni meteo. Valicato il Brennero, che è la parte fisicamente più impegnativa, il resto è pianura». Hai qualche sponsor che ti accompagna nell’impresa? «L’università di Bologna mi ha pagato il biglietto aereo di rientro. Poi c’è Culture Velo di Cesena per i materiali tecnici. Bici a parte. Perché quella è un vecchio modello di Cannondale R800 di mio padre. L’abbiamo rimessa a posto insieme e questa sarà la sua più grande impresa». A quando la partenza? «Sabato 29 luglio. Intorno alle 6». Emozionata? «Sì, ma anche molto carica».  

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    Il Salone della CSR e dell’Innovazione sociale è giunto alla quinta edizione. L’arte della sostenibilità è il titolo scelto per l’edizione 2017. La bellezza del fare bene e il piacere di condividere passioni, valori, risultati, la sostenibilità come visione per il futuro sono le declinazioni scelte per costruire nuove prospettive in sistemi interconnessi, dove i tempi sono accelerati e solo il cambiamento è immutabile. Il programma culturale del Salone prevede 70 appuntamenti tra eventi, seminatori, workshop e presentazioni di libri. Amapola sarà presente al Salone in molteplici vesti e contesti. Come agenzia video ufficiale per il CSR Manager Network impegnato con i suoi rappresentanti a comporre una tavola di discussione sul tema strategico del community and stakeholders engagement. Insieme ad un suo cliente, AMAG, multiutility alessandrina di cui Amapola cura le relazioni media e la comunicazione. AMAG interverrà con il suo management a diverse tavole rotonde: sul valore dell’acqua come risorsa e come bene economico, sulla riduzione della povertà energetica come obiettivo per lo sviluppo sostenibile e infine sul cambiamento del welfare all’interno delle aziende. Infine Amapola coordinerà due tavole rotonde. I partner Luca Valpreda e Sergio Vazzoler modereranno quella dedicata alla Supply chain sostenibile, in un panel che vede gli interventi di CSR manager di aziende quali Lavazza, Pirelli, Saipem, e quella sulla mobilità sostenibile, che vede seduti al tavolo i responsabili della sostenibilità di Autoguidovie, SAP e Drive Now/BMW. Il Salone è promosso da Università Bocconi, CSR Manager Network, Unioncamere, Fondazione Global Compact Network Italia, Fondazione Sodalitas, Koinètica. Seguite gli eventi del salone anche sui nostro account Twitter.